Diario di uno scandalo
I mille volti della solitudine si specchiano tutti nell’impossibilità di realizzare appieno il proprio ideale di vita. Nel torbido incrocio di rancori e morbosità messo in scena da Richard Eyre, ispirato a un romanzo di Zoë Heller, i rapporti umani scontano l’insoddisfazione latente quale imprescindibile peccato originale. Non importa che si sia diafane bohemien accasate come Sheba Hart (Cate Blanchett) o stagionate diariste livorose come Barbara Covett (Judi Dench): la tentazione di voltare le spalle alla quotidianità consolidatasi a rigida routine è sempre in agguato, armata di lusinghe tanto pericolose quanto ammalianti.
Il suburbia londinese, screziato dal classismo etnico e non, fa da sfondo a una vicenda basata su una stratificazione narrativa a tre livelli. Sul primo piano diegetico si pone la scandalosa relazione di Sheba con il giovanissimo Steven (Bill Nighy), sul secondo il ricatto psicologico da parte di Barbara che ne nasce e sul terzo, scandito dal commento in voice off all’interazione tra i primi due, il punto di vista scrupolosamente annotato dalla vecchia coprotagonista sul suo quaderno di memorie.
Precisamente all’affabulazione fuori campo che accompagna quattro quinti del film va imputata la perdita di suspence che mina la pellicola da cima a (quasi) fondo. In letteratura, lo scritto nello scritto può servire a sottintendere e/o a dilazionare la rivelazione di un “non detto” decisivo per lo scioglimento dell’intreccio. Ma al cinema è raro che l’espediente funzioni a dovere: nel caso in esame, i secondi fini criptolesbici della malevola vegliarda si subodorano grossomodo nel giro di trenta minuti. A uno svolgimento assai prevedibile del plot, inoltre, va aggiunto che alcune circostanze tramiche appaiono oltremodo innaturali. Possibile che la fedifraga, nel commettere adulterio, si prenda così tanti rischi inutili? E che la sua persecutrice lasci la casa disseminata di indizi pesantemente compromettenti proprio mentre la sta ospitando?
Malgrado qualche incidente di scrittura, tuttavia, una regia di gran classe consente a Diario di uno Scandalo di mantenersi su buoni standard qualitativi. Il contrappunto dialogico tra Dench e Blanchett si gioca su una sfida a colpi di primissimi piani, ottimamente sostenuti da ambedue le interpreti. Qualche scipita caduta di stile (il dettaglio sulle espettorazioni gastriche della gatta moribonda) viene emendata da autentici pezzi di bravura (Barbara ammollo nella vasca da bagno, sublime ritratto del solipsismo). I ritmi, fatta salva qualche parentesi particolarmente tranquilla o – all’opposto – concitata, si attestano perlopiù su un costante mezzoforte. La fotografia scivola sulle superfici cutanee rubandone nitore latteo (Sheba), grinzoso (Barbara) e lentigginoso (Steven) a fior di pelle.
Peccato che Judi Dench non avesse alcuna reale possibilità di farcela contro la superfavorita Helen Mirren, agli Oscar di ieri sera.
Dicono di questo film: “Lo sceneggiatore di “Closer” impone una perfetta geometria spigolosa alle attrazioni morbose del romanzo di Zoë Heller. Nessuno è simpatico, tutti interessanti” [Alessio Guzzano]; “Una delle sorprese dell’anno. Anche perché Eyre non giudica mai i suoi personaggi, ma riesce a farci capire tutte le loro ragioni. Per cattive che siano” [Fabio Ferzetti]; “Il risultato è (…) poco appagante: un film che si lascia vedere (…) e che forse può anche appassionare, ma che oscilla pericolosamente, e costantemente, verso il baratro della deludente farsa” [Diego Altobelli]


3 comments
Non leggo il post perchè voglio vedere il film
P.S.1: Abbiamo postato all’unisono sucsa
P.S.2: Notizia di servizio. Quando inserisci i post togli le personalizzazioni sui font perchè per oscuri motivi WP non mi chiude i tag [font][/font] e finisce che le personalizzazioni finiscono su tutto il blog template compreso
Ciao e grazie
Tra l’altro abbiamo postato a tema…
Chiedo venia per gli inconvenienti tecnici: in pratica, devo eliminare i tag “font” dai codici html dei post, giusto?
exact