A cosa servono le tasse in Italia
Il 72% dei comuni italiani ha meno di 5.000 abitanti. Per la precisione i piccoli comuni sono 5.868 su un totale di 8.104. Sebbene non ci siano dati a riguardo si può ipotizzare che la stragrande maggioranza di questi piccoli comuni abbiano molto meno di 5.000 abitanti ma in ogni caso sappiate che cinquemila persone occupano comodamente un grattacielo (piccolo) di una qualsiasi città statunitense.
Sfogliando la rete apprendo che nel 1999 ci fu una proposta di legge per accorparli ma, come spesso accade in italia, venne affossata dalla protesta condita a basa di assistenzialismo, campanilismo, conservazione del territorio e chi più ne ha più ne metta.
Al contrario le richieste di nuovi comuni, come quelle di nuove province, non conoscono cali.
Questi piccoli “patrimoni” italiani, ovviamente, non si fanno mancare nulla. Hanno un servizio postale, un servizio sanitario, scuole (uno dei motivi per i quali in italia il rapporto docenti/studenti è il più alto d’Europa n.d.r.), associazioni per la loro tutela che chiedono misure di “sostegno e valorizzazione” (leggi soldi) e naturalmente la loro bella amministrazione comunale.
Accade così che nelle elezioni amministrative di ieri 5 persone dei 127 aventi diritto abbiano eletto un sindaco che coordina 12 consiglieri comunali per gestire un paese che nel 2002 aveva 89 residenti.
In questo periodo di dichiarazione dei redditi sappiate che una grossa parte del vostro reddito viene prelevato forzosamente per stipendiare queste 5.868 inutili amministrazioni comunali e se avete perso il sorriso ricordatevi di iniziare a scrivere stato con la s minuscola.
Buona Vita!


21 comments
non ho parole, davvero
effettivamente…

Premessa n° 1: le province sono degli enti inutili.
Premessa n° 2: come se non ci fossero abbastanza enti inutili si sono inventati anche le:
- Città Metropolitane;
- Comunità Montane;
- Unioni Dei Comuni.
La prolificazione di questi enti inutili è sorprendentemente tendente alla stessa cosa: degli enti di media grandezza. Vogliamo chiamarli “Microprovince”? “Macrocomuni”? “Dipartimenti”? “Cantoni”? “Contrade”? (O magari preferisci chiamarle “Contee”?)
A quel punto forse non ci vorrà molto ad abolire i Comuni.
A parte gli scherzi, forse dipenderà dal fatto che sono giovane, ma francamente non so a che cosa servano le province. Ho sentito di leggi regionali e di disposizioni comunali, ma a parte per le targhe e la residenza non ho mai sentito parlare di province, quale sarebbe il loro ruolo ?
Probabilmente decentrare il GRANDE lavoro che hanno le regioni.
Buona l’idea del buon Gianfranco Miglio che diceva di smezzare l’Italia in meno regioni, accorpando per esempio Basilicata e Calabria e non so che altro.
Comunque una causa penso siano anche i collegamenti tra i paesi e le città: in provicnai di Cosenza ci sono una marea di comuni anche perchè volendoli accorpare tipo hinterland milanese ne verrebbe fuori un casino di tempo per spostarsi da un punto ad un’altro, per cui si è risolto con una bella ridondanza.
Non mettiamo però tutto in un calderone. Se mi dici che le province sono enti inutili, concordo. Ma i comuni, compresi quelli piccoli, hanno tutt’altra funzione e accorpamenti innaturali non sono così agevoli, tutt’altro. Le città americane nascono nel deserto duecento anni fa e con criteri e storie diverse. L’Italia è la patria dei comuni e delle piccole comunità, ciascuna delle quali ha una propria ricchezza identitaria impagabile. Problema scuole: davvero si pensa che sia praticabile la chiusura delle scuole nei piccoli centri montani obbligando mamme e papà a lunghi percorsi su strade d’inverno ghiacciate, avendo magari anche la necessità di andare al lavoro (càpita che si debba lavorare)? Sono i costi dell’obbligo scolastico: se si garantisce per legge la scuola per tutti, allora bisogna garantire anche l’esistenza di scuole raggiungibili. Altrimenti aboliamo l’obbligo scolastico, così i figli dei pastori potranno continuare a fare i pastori (tanto ai genitori non verrà mai in mente di mandarli a scuola, né ci sarà un edificio scolastico raggiungibile). Ma sarebbe una regressione di centinaia di anni. Se è questo che si vuole…
Non confondiamo gli sprechi della politica con i costi della democrazia e della coesistenza civile.
Ciao!
@ harry: si ok, ma almeno consorziare i servizi scolastici e sanitari tra comuni limitrofi mi pare una cosa sensata (che si fa, ma non abbastanza)
Sono cose già in atto da anni, ma non sono queste cose che incidono nel bilancio pubblico: nella scuola spendiamo meno degli altri. Ma non credo proprio che gli sprechi della politica siano le classi elementari dei villaggi di montagna. Comincerei con la pessima interpretazione italiana del (altrimenti sacrosanto) federalismo, che ha devoluto verso il basso le decisioni ma non la responsabilità finanziaria, ha consentito la moltiplicazione dei centri di potere e di spesa, dei consiglieri e delle consulenze.
Per le obiezioni/domande:
@ Thumbria
Le provincie non servono a nulla. In realtà anche le regioni erano nulle una volta e poi sono state resuscitate senza un reale decentramento provocando i danni citati da harry.
@ Alepuzio
Non ti seguo… se è difficile muoversi tra paesi lo è indipendentemente dal fatto che si passi tra 1 o 10 terreni sottostanti ad amministrazioni comunali diverse… probabilmente non ho capito quello che volevi dire.
@ Harry
Innanzitutto ciao!
Spero tu stia bene.
).
Nel merito: Sembra che tu cada in un errore “buonistico” (uso questo termine perchè non ho la tua ricchezza di vocaboli
Le strade ghiacciate esisteranno comunque per chi vuole proseguire negli studi o chi vuole trovare un lavoro che non sia quello del pastore (evitando di sottolineare che chi cura la terra campa alle nostre spalle da decenni…).
La realtà è che non è colpa mia se uno nasce in un paesello dimenticato da Dio e non sta a me finanziare la sua permanenza li. Credo inoltre che la cosa esponenzializzerebbe la sua distanza dalla conoscenza/cultura (si pensi alla mancanza di biblioteche, luoghi di interesse culturale o connessione internet), la sua povertà di relazioni interpersonali (si deve sposare la cugina racchia) ed il suo isolamento generale.
Piuttosto se proprio si fosse voluto spendere si sarebbe potuto “incentivare” lo spostamento verso centri abitati “migliori”.
E’ vero che le città statunitensi sono nate con altre condizioni ma è vero che non mi sembra molto buono lasciare Heidi e il dolce Remì al paesello lontano da tutto solo perchè produce il caprino più raro del pianeta che però viene falsificato e commercializzato industrialmente da altri.
Concordo poi sul fatto che ci sono molti altri sprechi ma da qualche parte bisogna pure partire
Perdonami la punta di acidità… non è voluta e non è rivolta a te.
Sto bene, grazie, spero tu altrettanto
La conseguenza della tua affermazione è che andrebbe abolito l’obbligo scolastico (perché non puoi obbligare una persona a fare cento chilometri ogni giorno a proprie spese per andare in una scuola ovviamente privata). Ma guarda che l’obbligo scolastico e la scuola statale (oppure la scuola a contratto, cioè organizzata da privati ma pagata dallo Stato) esistono anche negli Stati Uniti che citi (lì semmai il problema è il gap tra qualità nella scuola statale e nella scuola privata, ma non nell’esistenza del principio).
Non so se sia “buonista” o “cattivista”, di certo è un po’ cinico affermare che se uno nasce in una famiglia senza istruzione tale deve rimanere. L’obbligo scolastico esiste non per ragioni umanitarie (certo c’è anche un processo di conferimento di diritti ritenuti inviolabili, come sancisce la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo del 1948), ma anche di utilità di ampio respiro: è evidente che una società con elevati livelli di istruzione è anche più libera, ricca e progredita. Attento a non propugnare, nel nome di un apparente utilitarismo immediato (”io non voglio pagare la scuola al contadino”), un inaridimento che nel lungo periodo ci ripiomberebbe nel sottosviluppo. ciao!
Bene bene… grazie
Io harry però non capisco come mai la conseguenza naturale del mio discorso sia per te l’abolizione dell’obbligo scolastico.
Io non posso obbligare una persona a fare cento chilometri al giorno e non ho nemmeno voglia di farlo. Piuttosto questa persona obbliga me e molti altri a finanziare la sua “delocalizzazione”. Non voglio addentarmi in considerazioni OT riguardanti il fatto che queste persone ricevono poco più che un’alfabetizzazione e che se vogliono proseguire gli studi si devono comunque spostare (cosa facciamo? costruiamo e finanziamo licei e università in tutti questi 5.868 comuni?). Preferisco piuttosto pensare che la collettività non può essere gravata della risoluzione di problemi che possono essere risolti con un costo economico minore (la persona si sposta in una città). Preferisco pensare che quotidianamente faccio fronte a molti obblighi da solo. Preferisco pensare che il più delle volte l’assistenzialismo alla base di queste cose porta solo a sperperare danaro pubblico per la tutela di mille cose magari belle ma inutili.
Il problema infatti non è limitato al “io non voglio pagare la scuola al contadino” ma è piuttosto “premesso che io la scuola la pago volentieri solo ai miei figli se proprio devo pagarla ad altri vorrei evitare di pagarla con il servizio in camera”.
L’esempio poi degli Stati Uniti è (come sempre) deviante. Io mi limito a rispondere: se vogliamo imitarli imitiamoli completamente.
Concordo infine sul fatto che “una società con elevati livelli di istruzione è anche più libera, ricca e progredita“.
Siamo però sicuri che la scuola sul cucuzzolo della montagna “produca” persone con elevati livelli di istruzione? Siamo sicuri che una persona che vive fuori dal mondo senza accesso ad internet, musica, cinema, teatri, librerie, persone diverse dal nonno e la zia possa “elevarsi culturalmente”?
P.S. Siamo poi sicuri che oltre alla scuola gli si debba pagare anche l’amministrazione comunale e tutti i fondi a protezione del paesello?
Ciao!
spezzo una lancia sulla città metropolitana: non è affato un raddoppiamento inutile è una semplificazione che fa risparmiare soldi. esempio: venezia mestre la provincia di mestre, un conto è fare un grande progetto (uno a caso eh, il passante) dialogando con 14 comuni, una regione e due provincie di orientamento politico diverso, un conto è che visto che non ce soluzione di continuità tra le case le decisioni le prende chi vince la città metropolitana. la città metropolitana verona-mantova sarebbe l’unico modo per finirla una volta per tutte con ste cazzate assurde delle servitù militari tra le due città (argomento che era vecchio nel 1901 eh, mai risolto). lo spreco non è tanto negli organismi “politici” (assessori o sindaci), sono negli apparati amministrativi. esistono accorpamenti di servizi criminali, ad esempio in provincia di verona si sono accorpati i servizi degli “acquaroi” comunali facendone una struttura provinciale. 50 operai degli acquedotti tutte le mattine vanno in centro città, timbrano il cartellino e tornano nei loro comuni a fare il loro lavoro, cosa serve una tale puttanata? bhe con 50 dipendenti puoi creare exnovo 3 posti da dirigente. questi sono gli sprechi…. o segretari di piu comuni piccoli che prendono piu indennità di servizio, hai tre comuni da 1200 abitanti? fai un giorno qui un giorno li mezza giornata la, stipendio? due volte e mezzo di chi è segretario di un comune da 4500 (questo lho visto solo in una comunità montana, rimane scandaloso).
Ma noi non dobbiamo imitare gli Usa: semmai sull’obbligo scolastico e sulla scuola pubblica sono loro ad avere imitato noi, per ragioni cronologiche ovviamente. Ti facevo solo l’esempio di un modello che so tieni in alta considerazione. E’ poi evidente che se tu elimini la scuola statale decade l’obbligatorietà. Perché se un diritto (in questo caso diritto-dovere) viene riconosciuto dallo Stato, quest’ultimo deve anche farsi carico dell’onere di ottemperare al diritto-dovere. La scuola del più isolato dei paesi ha sulla carta le stesse potenzialità di quella di città (i maestri che vi insegnano hanno tutti lo stesso titolo di studio: ho conosciuto un professore di scuola media del mio paesino di montagna da 1000 abitanti, che fa invidia a numerosi professori di Roma o Milano: e la dedizione con cui ha insegnato fino alla pensione ai suoi alunni di montagna dimostra che la missione educativa segue spesso criteri diversi da quelli del portafoglio o del prestigio), così come ogni comune cerca di aprire - se ne ha le possibilità finanziarie - biblioteche etc (cmq la presenza di biblioteche non garantisce di per sé la lettura di libri, né l’assenza di biblioteche che non se ne leggano). Peraltro proprio internet è lo strumento che supera ogni confine geografico e orografico. Non è nemmeno con le deportazioni di esseri umani che risolvi la questione: trasferire (o incentivare il trasferimento di) persone dalle montagne venete o dalle aree rurali della Sicilia, della Campania, della Calabria, tutte a Brescia produrrebbe danni umani e sociali, oltre che economici, immensi. Tra l’altro, un conto è far spostare uno studente universitario, un altro un bambino di sei anni il cui papà lavora nel paesino di montagna o campagna. La città non vuol dire per forza benessere e progresso: anzi, nell’Italia di oggi la ricchezza sta soprattutto nella provincia. così come in provincia stanno la qualità della vita e delle relazioni umane.
Non vorrei che la giusta aspirazione al progresso confondesse la crescita economica con l’impoverimento del proprio patrimonio storico, culturale e civile.
Notte!
Pesno che si stia vedendo una falsa dicotomia… non è necessario avere una sede comunale per avere pure una scuola; la seconda può esistere indipendentemente dalla prima.
Ma ora è troppo tardi per espandere il mio pensiero.
di fretta quoto Fabio (anche perchè ci siamo fossilizzati sulla scuola quando io parlavo di amministrazioni comunali)
A dopo
@robinik
ok non mi sono spiegato io.
Tu dici che non ha senso avere N comuni con meno di 5.000 e li dovrebbe accorpare e citi le scuole, poste etc etc.
Questo significa che allo stato attuale riunendo Roncadelle e Lumezzane (per esempio) si dovrebbero unificare i servizi offerti con risparmio di risorse e parità di qualità offerta.
OK?
Ora io ti dico che è un discorso che ha senso quando i collegamenti sono facili: se comincia ad essere come a Cosenza dove fino a 10 anni fa sulle strade di montagna non c’erano neanche i garde-rail l’unificazione di comuni/servizi sarebbe meno economica dello smezzamento.
Per esempio, Tizo deve andare alla scuola media: se si uniscono due città con scuole la società risparmia quattirni, Tizio risparmia se da una città ad un’altra non ci mette una vita.
Se però ci mette una vita allora conviene che i due comuni non si uniscano ed ognuno faccia da sè.
Divide et impera, come si usa in informatica
Faccio un semplice discorso di allocazione di risorse considerando il trasferimento, tutto qua.
Spero di essere stato più chiaro ora.
ciao
http://letteraapertaallagdf.blog.tiscali.it/cz3281698/
LEGGETE E FIRMATE LA LETTERA ALLA GUARDIA DI FINANZA PER CHIEDERGLI DOVE SIANO FINITI I PROVENTI DEL SIGN0RAGGI0 VISTO CHE SONO MESSI NEL PASSIVO DI BILANCIO
I NOSTRI SOLDI IL SUDORE DELLE NOSTRE FATICHE
PER FARLO E’ SUFFICENTE LASCIARE UN COMMENTO
Tutto vero e condivisibile, ma faccio presente che a fronte degli 8104 comuni italiani la Francia ha ben 36782 comuni che funzionano egregiamente. Dunque aldilà del problema del numero di amministrazioni comunali il nodo principale sta, come sempre, nella loro efficenza.
ps: a fronte dei 36782 comuni francesi i consiglieri comunali (sindaci compresi) sono circa 500.000. Quanti sono gli stessi in Italia? Forse è li che troviamo lo spreco di denaro e risorse umane…
Ancora con ste’ scuole?
Che io sappia, solo gli asili sono comunali; il resto delle scuole è gestito a livello regionale. Quindi questo mi pare un falso problema.
C’è tutta una serie di altre spese che l’accorpamento dei comuni può ridurre: sindaci, assessori, consiglieri, segretari, tecnici, operai… e poi locali, veicoli, cancelleria ed altre piccolezze.
Quindi, utilizzando reti informatiche già esistenti oppure ad hoc sarebbe possibile aprire sedi distaccate per evitare ai cittadini di dover viaggiare fino a quella centrale.
L’esempio francese non mi impressiona molto. La Francia è un paese più grande e popoloso dell’Italia, ma è anche il paese dove una grossa fetta (intorno al 50%?) dei lavoratori sono nel settore pubblico. Per me la ricetta è quella di rimpicciolire lo stato e tutti i suoi accessori.
va detto robnik con che, c’è ancora chi vuole piu province, mah…