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Agenda Giavazzi, un paio di ca**i
Della serie “Che la farsa sia con voi”.
Era novembre quando Prodi, scosso dalla lettura della ormai celebre “agenda Giavazzi” sul Corriere della Sera, ebbe a pronunciare cinque convinti sì a detta agenda, suscitando il plauso unanime di rosapugnoni, diesse non eccessivamente cazzoni, Enrico Letta e - in generale - di quanti all’interno dell’Unione hanno una vaga idea di che cosa voglia dire politica economica.
Ebbene, sul medesimo Corriere di oggi (che non mette in rete l’articolo, mannaggia a lui), il medesimo Giavazzi torna a riproporre - con integrazioni e vari update - la medesima agenda, dato che il medesimo Prodi ha vinto le elezioni e sarebbe il caso di dare uno straccio di seguito ai famosi cinque sì. Quello che il medesimo Giavazzi non ignora - e questo spiega il perché del reprint - è che nel frattempo il medesimo Prodi ha, appunto, vinto le elezioni: le ha vinte col contributo dei compagni, i quali vedono il giavazzismo come il fumo negli occhi. Urge pertanto ricordare la suddetta agenda, nella speranza che il cencellismo governativo non ne abbia già sancito la non applicabilità. Intento lodevole, ma sciaguratamente già superato dall’evolversi degli eventi: per rendersi conto di come l’agenda sia già stata tacitamente relegata nel dimenticatoio, giova esaminare punto per punto la proposta odierna di Giavazzi, unitamente a quello che ministri e affini hanno da dire sul tema.
- Sostiene Giavazzi che urge una “riforma di notai e farmacisti approvata dal Parlamento entro giugno”. Della assoluta bontà della proposta c’è poco da discutere. Qui si rimanda succintamente alla lettura di questo fondamentale saggio dello stesso Giavazzi. Poi uno apre la stampa di stamattina e legge che le corporazioni, orfane della mitologica Maria Grazia Siliquini, hanno trovato una nuova paladina nella pia Livia Turco. E se poi ti serve un’aspirina e c’è la farmacia chiusa sono cazzacci tuoi, tesoro.
- Sostiene Giavazzi che il mese di luglio deve essere “dedicato a compiere un passo avanti rispetto alla legge Biagi. Per ottenere un po’ più di flessibilità bisognerà investire qualche risorsa negli ammortizzatori sociali”. E qui arriva la mazzata numero due, con i sindacati e le forze di maggioranza - dal correntone diesse in là - che minacciano sfaceli (esplicitamente di piazza, implicitamente parlamentari) qualora detta legge non venga cestinata quanto prima.
- Sostiene Giavazzi che, sempre in luglio, è opportuno “vendere il 30% di Enel che lo Stato ancora possiede”. Ahia. Le spinte stataliste all’interno dell’Unione sono diverse e vieppiù vigorose. Cara grazia se si riuscirà a mantenere lo stato attuale delle privatizzazioni, figurarsi progredire.
- Sostiene Giavazzi che in agosto sarà l’ora di dare “il via a tre rigassificatori, altrimenti prima o poi finiremo alla mercè di Putin che, insieme agli algerini, può decidere di lasciarci al buio”. Lo vada a spiegare a lui, a lui e pure a loro. Poi, se ne ha ancora voglia, ne riparliamo.
- Sostiene Giavazzi che, da ultimo, in settembre dovrà essere la volta della Finanziaria, “con un’innovazione importante: poiché Sanità e Commercio sono competenze comunali e regionali, i trasferimenti a questi enti dovrebbero essere proporzionati ai progressi che essi compiranno su ticket e liberalizzazioni. [...] Lo stesso per le società municipali: i comuni e le province che si considerano abbastanza ricchi da acquistare autostrade riceveranno di meno”. E qui lo scrivente si risparmia la fatica di cercare i link, data la palese connotazione utopica del presente punto dell’agenda.
Pertanto, l’agenda Giavazzi nasce lettera morta, e pazienza per i cinque sì (soprattutto pazienza per chi ha votato l’Unione perché desse seguito a questi cinque sì). In compenso, qualcuno potrà organizzare oceanici cortei sbandierando il fondamentale merito di avere introdotto “più diritti per tutte e tutti”.
May 29, 2006 31 Comments
Robinik intervista Pietro Ichino
Dopo aver ascoltato e letto Pietro Ichino mi sono permesso di contattarlo via mail. Ho parlato con lui brevemente del progetto “Destra e Sinistra” e gli ho espresso le mie considerazioni sulla necessità del superamento della “faziosità politica”. Ichino non è solo intelligente ma è anche simpatico e disponibile e mi ha concesso una breve intervista da pubblicare su questo Blog. Il risultato è quello che segue:
Tre anni fa lei ha parlato del “dovere di non essere faziosi”. Il suo appello ha avuto qualche risposta positiva?
Sul fronte del quale mi occupo, quello del lavoro, mi sembra che la faziosità, a destra come a sinistra, negli ultimi anni, lungi dal ridursi, sia addirittura aumentata: sono rari quelli che cercano di ragionare sui dati disponibili, e ancor più rari quelli che si sforzano di cercare il seme di verità che sempre esiste anche nelle posizioni più lontane dalle proprie.
Sulla Stampa di venerdì 12 maggio, però, è uscito un articolo di Walter Veltroni in ricordo di Marco Biagi che sembra segnare una svolta nel dibattito interno alla sinistra in materia di lavoro.
Sì, è una voce importante, anche se per ora un po’ isolata; e ha il merito di avvertire la sinistra del vicolo cieco in cui si è cacciata col puntare tutte le sue carte sull’abrogazione della legge Biagi, come se quella legge fosse la fonte dei mali che affliggono il mercato del lavoro italiano. Sostenere che la legge Biagi sia la causa della diffusione del lavoro precario oggi in Italia è davvero irragionevole, innanzitutto perché quella legge è entrata in vigore, in modo graduale, soltanto tra il 2004 e il 2005; inoltre perché i dati mostrano che il lavoro precario è cresciuto in modo apprezzabile nel corso degli anni ’90, ma nell’ultimo quinquennio è rimasto sostanzialmente stazionario. Il vero grande difetto di quella legge è di intervenire soltanto al margine, senza cambiare una virgola dello Statuto dei lavoratori e del libro V del codice civile, cioè della disciplina del lavoro a tempo pieno e indeterminato. La legge Biagi interviene solo sui rapporti di lavoro marginali, regolandone diversi tipi che peraltro già esistevano da tempo; ma non intacca il fondamentale dualismo del nostro mercato del lavoro: non lo aumenta, ma neppure lo combatte.
Pecoraro Scanio, in una trasmissione televisiva, ha detto che “Marco Biagi era una persona per bene, quindi non poteva aver scritto quella legge”.
Una frase inqualificabile: innanzitutto perché significa che solo un disonesto potrebbe aver scritto quella legge. Poi perché significa, di fatto, dare del disonesto a Marco Biagi: ci sono le prove documentali che quella legge l’ha proprio scritta lui. Però, vede, su quella legge la faziosità in questi anni c’è stata da entrambe le parti. Era faziosamente ideologico anche il modo in cui la legge Biagi è stata presentata dal governo Berlusconi: si è detto che avrebbe reso il mercato del lavoro “il più libero d’Europa”. Anche quella era una sciocchezza, era una affermazione che non trovava nessun fondamento nel contenuto effettivo della legge; e difatti non ha poi trovato alcuna corrispondenza nei fatti.
Questo quadro che lei descrive di un sistema che si regge sulle faziosità contrapposte di destra e di sinistra non suggerisce la necessità di ridisegnare gli schieramenti politici?
Certo, occorrerebbe un Blair italiano capace di unire tutti coloro che sono disposti a voltar pagina rispetto a quello scontro insopportabilmente vuoto, lontano dai problemi reali. Ma quel Blair italiano non lo vedo all’orizzonte.
Quale potrebbe essere una politica del lavoro di questo Blair italiano, adatta alle condizioni e alle esigenze attuali del nostro Paese?
Il primo problema è quello di superare il dualismo caratteristico del nostro mercato del lavoro, istituendo una rete di sicurezza universale, suscettibile davvero di applicarsi a 18 milioni di lavoratori in posizione di sostanziale dipendenza economica. Il problema è che questo implica un ripensamento profondo del nostro vecchio ordinamento, se non si vuole causare la perdita di centinaia di migliaia o addirittura milioni di posti di lavoro. Un ripensamento di cui la sinistra italiana incomincia a percepire la necessità, ma non ha ancora compiuto neppure in piccola parte. Poi occorre affrontare un’altra questione sempre più grave nel sistema produttivo post-industriale: l’aumento enorme della disparità di efficienza produttiva tra gli individui, nell’ambito della stessa categoria professionale. È un problema che non si risolve con un tratto di penna del legislatore, ma con l’intelligenza dell’analisi e l’efficienza di un sistema capillare di servizi nel mercato del lavoro, capace di prendere per mano più deboli, gli ultimi della fila, e neutralizzare il loro handicap con un sovrappiù di assistenza.
Che cosa pensa della rivolta francese contro il “contrat première embauche“?
Quel che è accaduto in Francia è l’effetto, da un lato, della rozzezza politica con cui il premier Villepin ha pensato di poter varare la sua riforma senza alcun coinvolgimento delle parti sociali interessate, invece di seguire la via battuta con successo da Zapatero in Spagna: quella di un paziente negoziato tra le parti, favorito attivamente dal governo. Dall’altro lato è l’effetto dell’incapacità della sinistra francese di darsi una strategia credibile sul terreno della politica del lavoro, dopo il disastro della riforma del 2000-2001 sulle “35 ore”. La speranza è che in Italia, da entrambi i lati, si evitino questi errori.
Il titolo del suo ultimo libro pone una domanda: “A che cosa serve il sindacato?”; qual è la sua risposta a questa domanda?
Il sindacato può servire a tante cose, buone e cattive, a seconda del contesto in cui si colloca. Nel contesto post-industriale, dove il lavoro umano si applica sempre meno alla materia e sempre di più ai flussi di informazione, alla creazione e comunicazione di idee, dove il ritmo dell’innovazione è sempre più incalzante, il ruolo positivo che il sindacato può e deve svolgere è quello dell’“intelli¬genza collettiva” che consente ai lavoratori di valutare la qualità della controparte-imprenditore, del progetto di cui essa è portatrice; e, se la valutazione è positiva, consente loro di stipulare con quella controparte una scommessa comune sul futuro
Grazie mille Prof. Ichino e…
Buona Vita!
May 15, 2006 43 Comments
A cosa serve il Sindacato?
Nell’ottobre del 2000, proprio mentre la Fiat prendeva la decisione di chiudere lo stabilimento dell’Alfa Romeo di Arese, la casa automobilistica giapponese Nissan annunciava di voler produrre in Europa un suo nuovo modello destinato al mercato comunitario. Si candidarono un sito industriale spagnolo, uno francese e uno inglese. Da noi, invece, a candidare lo stabilimento di Arese, con i suoi duemila operai in procinto di perdere il posto, non ci pensò nessuno. Fu distrazione? Disinformazione? No. Il sistema italiano dei rapporti di lavoro e sindacali non avrebbe neppure consentito di aprire una trattativa sulla base delle proposte della casa nipponica. La gara venne vinta dalla Gran Bretagna. Bassi stipendi? Lavoro precario? Niente affatto: nello stabilimento inglese, scelto poi dalla Nissan, il lavoro è retribuito il doppio di quello dei metalmeccanici italiani, è sicuro e altamente qualificato. Ma è regolato da un accordo sindacale incompatibile con il contratto collettivo italiano di settore. Così, mentre all’Alfa di Arese i lavoratori restano in cassa integrazione per anni e il nostro sindacato vagheggia un impossibile intervento pubblico che consenta di non mettere in discussione nulla del vecchio modello di relazioni industriali, il sindacato inglese negozia e accetta di sottoscrivere una scommessa comune con l’investitore straniero.
Ill caso dell’Alitalia, dove le hostess si ammalano a comando per scioperare anche quando è proibito, a quello del ministro del Lavoro che appoggia il sindacato che le organizza; dalle agitazioni che paralizzano due volte al mese ferrovie e trasporti urbani all’incredibile vicenda degli uomini radar, che guadagnano più di tutti e scioperano più di tutti (anche perché durante lo sciopero non perdono la retribuzione). E ne prende spunto per formulare una proposta di riforma molto chiara e semplice. Una riforma che assume anch’essa il carattere di una scommessa comune a tutte le parti responsabili del futuro economico dell’Italia. Perché il nostro paese non può uscire dal declino senza eliminare i fattori istituzionali e culturali che paralizzano il suo sistema di relazioni sindacali.
…la precarietà di una metà dei lavoratori italiani è la conseguenza dell’iperprotezione dell’altra metà, ne è l’altra faccia e [...] l’unica via per superare l’enorme sperequazione tra le due parti è quella di una redistribuzione delle tutele.
…
Questo contrabbando malsano di una politica tendente essenzialmente alla conservazione dei posti esistenti sotto le mentite spoglie della “difesa dell’industria” è sicuramente una delle cause, e forse non tra quelle secondarie, del declino dell’industria italiana
A scrivere queste cose non è un turbo-liberista al soldo di Berlusconi ma è un ex-dirigente sindacale Fiom-Cgil, ex-politico eletto nel Partito Comunista Italiano, docente di dirittto e scienze del Lavoro presso l’università di Milano.
A scrivere queste cose è lo stesso che ci ha spiegato che la Legge Biagi non ha aumentato il lavoro precario.
Nella Politica odierna le persone come Pietro Ichino producono idee vincenti che purtroppo non arrivano alla gente mentre un’errata logica del consenso (ne parleremo…) genera una classe dirigente eufemisticamente “non attrezzata” ed ingessata.
Dal suo libro (che vi consiglio vivamente di leggere) prendo un altro spunto:
Anche se troppo lentamente, le idee comunque maturano
Destra e Sinistra: hanno ancora senso?
Buona Vita!
May 13, 2006 10 Comments
La Sinistra il lavoro e le donne
Il Part-time ha permesso a moltissime donne l’ingresso nel mondo del lavoro. Per molte donne è lo strumento per poter lavorare oltre all’ingresso. In pochi si ricordano che la legge sul part-time fu osteggiata dalla sinistra e dai sindacati ed approvata con il voto contrario del PCI. Ad oggi sembra impossibile ma è così.
A ricordarcelo Pietro Ichino, area DS e sindacalista, definito a sinistra come “provocatore imbarazzante” che, in una spledida relazione per la presentazione del suo Libro “A cosa serve il sindacato?” trasmessa da Radio Radicale (qui per l’audio), accusa i sindacati e la sinistra di essere fossilizzati sulle stesse posizioni di 30 anni fa.
April 5, 2006 9 Comments

